CARTE DA UPCYCLING, IN REGOLA CON LA SOSTENIBILITÁ

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Dare valore economico a uno scarto industriale piuttosto che smaltirlo in discarica: è questa la caratteristica di alcune materie prime per la cartotecnica che, checome l’alga carta, costituiscono l’offerta di Favini
La storia dell’item Shiro prodotto detto appunto “alga carta” vale la pena di essere raccontata come esempio di innovazione nelle pratiche di upcycling dedicate alle materie prime. Tutto è cominciato nel 1991 quando Favini ha iniziato a recuperare alghe della laguna di Venezia e in particolare le sovrapproduzioni di mucillagini che una volta recuperate venivano gettate in discarica. Si tratta infatti di un materiale che una volta essiccato (tramite micronizzazione) diventa un farina che ha caratteristiche del tutto simili alla fibra di cellulosa, per tanto viene impiegata per la produzione di una serie di carte per la stampa di pregio. Il procedimento è stato brevettato e in una ventina di anni e in 20 anni ha generato la produzione di 15.000 tonnellate di carta Alga Shiro. Come spiega il responsabile Marketing dell’azienda Michele Posocco:
“Ora che questo prodotto non lo recuperiamo più dalla laguna veneta e l’approvvigionamento deriva dall’alga irlandese infestante denominata Ulva (lattuga di mare). Di questa utilizziamo un sottoprodotto derivante dal suo impiego in cosmetica”. In alga carta sono state realizzate parecchie scatole di Armani destinate a funzionare come packaging per occhiali, oppure per contenere le scarpe di Diadora.
“I nostri nuovi prodotti –prosegue- sostituiscono una materia prima che come la cellulosa arriva da albero che impiega diversi anni per crescere”.
Sulla scorta di questa esperienza la divisione ricerca e sviluppo di Favini infatti ha sviluppato Crush, una fibra creata grazie a prodotti derivanti dal mondo agroalimentare. Sempre attraverso un processo di micronizzazione sono stati realizzati ben 12 tipi di carta ricavate da scarti industriali di: mais, uva, agrumi, ciliegie, lavanda, nocciola, kiwi, oliva, mandorla caffè, tutte con differenti colorazioni.
“In questo caso specifica Posocco- non utilizziamo il compost misto ma lo scarto puro delle industrie”.
Una terza linea di carte è Remake, una carta cuoio prodotta con il 40% delle fibre post consumo, utilizzata dal settore moda, dopo il recupero delle fibre tessili di sotto prodotto, oppure dell’abbigliamento esausto. In alcuni casi anche lo scarto della pelletteria (sfrido) o ancora la cosiddetta “rasatura” che è lo scarto della conceria.
Diverse sono le aziende che hanno iniziato a tulizzare queti tipi di carte che sono considerate pionieristiche, per nominarne alcune: Luis Vuitton per gli shopper, Vivien Westwood per il packaging, Benetton nei cartellini per l’abbigliamento (carta crush mais).
Mentre le alghe costituiscono il 100% della carta Shiro, la Crush utilizza il 15% di sottoprodotto agroalimentare e la remake il 25%, entrambe impastate assieme alla cellulosa. È in queste percentuali che risiede il risparmio di biomassa, in quanto il prezzo di queste referenze è paragonabile a quello delle carte classiche.
È praticamente ovvio che prodotti di questo tipo risultino coerenti con innumerevoli certificazioni di sostenibilità molte delle quali richieste dai nuovi protocolli di tutela dell’ambiente della brand industry a favore della diminuzione della carbon footprint.

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